L’IA ci sostituirà? Forse la domanda è un’altra
Paura, lavoro e trasformazione nell’era dell’intelligenza artificiale.
Oggi molte persone hanno paura dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.
È una paura comprensibile.
Quando vediamo una macchina capace di scrivere, tradurre, creare immagini, analizzare dati o svolgere compiti che fino a pochi anni fa potevano essere fatti soltanto da una persona, è naturale chiedersi:
E se un giorno facesse anche il mio lavoro?
La paura di perdere il proprio lavoro non è assurda.
Il lavoro significa reddito, indipendenza, stabilità e, per molte persone, anche identità.
Ma proprio per questo credo che non possiamo fermarci soltanto alla paura.
Dobbiamo anche chiederci:
come possiamo trasformarci insieme al mondo che cambia?
Ed è qui che, ancora una volta, ritorna la parola che dà il nome a questo progetto:
Becoming.
L’intelligenza artificiale come strumento
Per me, l’intelligenza artificiale assomiglia, sotto certi aspetti, al denaro.
Il denaro è uno strumento.
Può aiutarci a vivere meglio.
Può permetterci di comprare una casa, studiare, viaggiare, realizzare un progetto o scambiare beni e servizi.
Avere denaro non è qualcosa di sbagliato.
Il problema nasce quando dimentichiamo che il denaro è uno strumento e iniziamo a vivere soltanto per esso.
A quel punto, invece di usare il denaro, rischiamo di diventare suoi schiavi.
Penso che con l’intelligenza artificiale possa accadere qualcosa di simile.
L’IA può essere molto utile.
Può aiutare medici, avvocati, ricercatori, designer, studenti, imprenditori e persone comuni.
Ma non credo che la domanda più importante sia semplicemente:
“L’IA è buona o cattiva?”
La domanda è:
“Come la stiamo usando?”
Uno strumento può aumentare le nostre capacità.
Ma può anche renderci più dipendenti.
Può aiutarci a pensare.
Ma può anche sostituire completamente il nostro pensiero, se glielo permettiamo.
“Ma io rischio di perdere il lavoro”
Qualcuno potrebbe dire:
“Va bene, l’IA può aiutare un medico o uno scienziato. Ma a me cosa importa? Io ho paura di perdere il lavoro.”
È una preoccupazione reale.
Ma credo che proprio qui dobbiamo provare a guardare il problema da un’altra prospettiva.
Usare semplicemente l’IA non basta.
Se tutti utilizzano lo stesso strumento nello stesso modo, probabilmente il risultato sarà molto simile.
La differenza potrebbe nascere da ciò che una persona porta con sé:
- la propria esperienza;
- il proprio gusto;
- la capacità di comprendere le persone;
- il proprio modo di osservare un problema;
- il proprio stile;
- le proprie competenze.
L’IA può generare.
Ma la persona deve ancora decidere:
che cosa vale la pena creare?
Un esempio: una stilista
Pensiamo a una stilista.
Oggi l’intelligenza artificiale può già generare immagini di vestiti e proporre moltissime idee.
In futuro, probabilmente, questi strumenti diventeranno ancora più capaci.
Questo significa che la stilista non servirà più?
Non necessariamente.
Perché creare un vestito non significa soltanto produrre un’immagine.
Significa comprendere:
- chi lo indosserà;
- che cosa desidera quella persona;
- quale stile la rappresenta;
- in quale società viviamo;
- quali materiali sono adatti;
- quale emozione vogliamo comunicare.
Un vestito non può piacere a tutti.
E forse non deve nemmeno farlo.
Una stilista può scegliere di parlare a un gruppo preciso di persone.
Può sviluppare un linguaggio personale.
Può osservare ciò che manca.
Può capire un bisogno che altri non hanno ancora visto.
L’intelligenza artificiale può aiutarla a esplorare più rapidamente idee, dati, immagini e possibilità.
Ma il suo compito rimane:
dare una direzione a tutto questo.
Lo stile personale non è soltanto estetica
Quando parlo di “stile personale”, non intendo soltanto l’aspetto visivo.
Intendo il modo particolare in cui una persona combina:
- capacità;
- esperienza;
- sensibilità;
- conoscenze;
- interessi;
- valori.
Ognuno di noi ha una situazione diversa.
Qualcuno è bravo a parlare con le persone.
Qualcuno sa osservare dettagli che altri ignorano.
Qualcuno comprende molto bene un determinato gruppo di clienti.
Qualcuno ha una sensibilità particolare per il design, la scrittura, l’organizzazione o la tecnologia.
Forse il futuro non apparterrà semplicemente a chi “usa l’IA”.
Probabilmente quasi tutti la useranno.
La differenza potrebbe essere:
come la usi, per quale obiettivo e che cosa aggiungi tu.
Capire di che cosa hanno bisogno le persone
C’è poi un altro punto importante.
Non basta avere talento.
Non basta nemmeno avere uno stile personale.
Bisogna comprendere il mondo in cui si vive.
Immaginiamo di provare a vendere oggi qualcosa creato esattamente per le persone di duecento anni fa.
Probabilmente molte cose non funzionerebbero.
Non perché il passato fosse sbagliato.
Ma perché i bisogni sono cambiati.
Le abitudini sono cambiate.
La società è cambiata.
Anche il modo in cui le persone scelgono è cambiato.
Per questo credo che dobbiamo imparare a osservare:
Di che cosa hanno bisogno le persone oggi?
Quali problemi non sono ancora stati risolti?
Che cosa posso offrire io che abbia davvero valore?
L’intelligenza artificiale può aiutarci ad analizzare informazioni, confrontare dati e generare idee.
Ma non può decidere completamente al posto nostro quale vita vogliamo costruire.
Non dobbiamo diventare schiavi dell’IA
La paura dell’intelligenza artificiale è comprensibile.
Ma anche l’entusiasmo senza limiti può essere pericoloso.
Non credo che la soluzione sia rifiutare completamente l’IA.
E non credo nemmeno che la soluzione sia affidarle tutto.
Forse dobbiamo imparare a collaborare con questi strumenti senza consegnare loro completamente il nostro giudizio.
Usare l’IA.
Ma continuare a pensare.
Accettare l’aiuto.
Ma mantenere la responsabilità.
Cambiare.
Ma non perdere la direzione.
Come possiamo usare l’IA?
Non esiste una risposta uguale per tutti.
Ognuno di noi ha capacità, limiti, interessi e obiettivi diversi.
Per questo, forse, il primo passo non è chiedere:
“Qual è il miglior strumento di IA?”
Ma:
“Che cosa voglio diventare più capace di fare?”
Da lì possiamo iniziare.
Comprendere le nostre capacità.
Svilupparle.
Capire dove l’IA può aiutarci.
E capire anche dove non vogliamo che scelga al posto nostro.
Perché forse il futuro del lavoro non dipenderà soltanto da quanto diventerà potente l’intelligenza artificiale.
Dipenderà anche da una domanda molto più personale: