Perché proprio a me? Cambiare la domanda di fronte alla sofferenza

Di fronte alla sofferenza, chiediamo spesso: «Perché proprio a me?». Ma forse, a un certo punto, dobbiamo trovare il coraggio di cambiare domanda e partire dalla vita che abbiamo.

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Perché proprio a me? Cambiare la domanda di fronte alla sofferenza

Per me, la sofferenza può assumere almeno due forme.

C’è una sofferenza fisica, legata al corpo: una malattia, un tumore, un dolore che limita la nostra vita quotidiana. Poi esiste una sofferenza interiore, che riguarda la mente, le emozioni e quelle ferite che spesso gli altri non riescono a vedere.

Probabilmente non sono le uniche forme possibili, ma sono quelle a cui penso più facilmente in questo momento.

Quando incontriamo un problema fisico o mentale, il nostro primo impulso è spesso quello di rifiutarlo o di fuggire. Non vogliamo provare dolore. Non vogliamo ciò che disturba la nostra vita, modifica i nostri progetti o ci costringe a fermarci.

È una reazione profondamente umana.

Grazie alla medicina, alla ricerca scientifica, all’analisi dei dati e, oggi, anche all’intelligenza artificiale, possiamo prevenire molti rischi e affrontare problemi che in passato sembravano impossibili da risolvere. Possiamo ridurre la probabilità di alcuni incidenti, diagnosticare prima determinate malattie e trovare trattamenti migliori per numerose condizioni fisiche e psicologiche.

Ma non possiamo eliminare ogni problema.

A volte risolviamo una difficoltà e subito ne compare un’altra. Cerchiamo di comprendere completamente la realtà, il corpo umano, la mente e il sistema nel quale viviamo, ma ci accorgiamo continuamente che la nostra conoscenza è limitata.

Ed è allora che nascono alcune domande:

Perché esistono il dolore e la sofferenza?
Perché esiste la morte?
Perché tutto questo è accaduto proprio a me?

Come ho scritto anche in precedenza, non credo che esista una teoria o una formula capace di risolvere perfettamente ogni problema umano.

Questo, però, non rende inutile ciò che facciamo.

Un medicinale può avere effetti collaterali e, nello stesso tempo, essere estremamente utile. L’amoxicillina e altri antibiotici hanno trasformato il trattamento di molte infezioni, anche se non sono privi di rischi e devono essere utilizzati correttamente, con l’aiuto dei medici.

Il fatto che qualcosa non sia perfetto non significa che non abbia valore.

Il progresso della medicina non ha eliminato la fragilità umana, ma ha permesso a moltissime persone di vivere più a lungo e di affrontare malattie che un tempo erano molto più pericolose.

Riconoscere i limiti della medicina, della tecnologia e della conoscenza non significa arrendersi. Significa continuare a cercare soluzioni senza illuderci di poter controllare ogni cosa.

Cambiare la domanda

All’inizio della mia esperienza, anch’io mi ponevo continuamente domande come:

Perché proprio a me?
Perché io ho questa difficoltà e gli altri no?
Perché sono nato in una famiglia con meno possibilità economiche?
Perché devo vivere con determinati limiti?

Non penso che queste domande siano sbagliate o vergognose. Nascono da un dolore reale. A volte abbiamo bisogno di pronunciarle semplicemente per sfogarci, per dare voce alla rabbia, alla frustrazione e al senso di ingiustizia che portiamo dentro.

Con il tempo, però, ho capito che, quando continuavo a ripeterle soltanto per confrontare la mia vita con quella degli altri, smettevano di essere vere domande. Diventavano una lamentela continua.

Mi permettevano di sfogare il dolore, ma non mi aiutavano né a comprenderlo né ad affrontarlo. Non mi indicavano una direzione. Al contrario, mi tenevano fermo nello stesso confronto: gli altri hanno ciò che io non ho, gli altri possono ciò che io non posso.

Il problema, quindi, non era chiedere: «Perché proprio a me?». Il problema era rimanere intrappolato in quella domanda, ripeterla continuamente e aspettare una risposta che forse nessuno avrebbe potuto darmi.

Forse non dobbiamo smettere di fare domande. Dobbiamo, però, imparare a riconoscere quando una domanda nasce dal desiderio di comprendere e quando è diventata soltanto uno sfogo o una lamentela.

E, a un certo punto, dobbiamo avere il coraggio di cambiare domanda.

Invece di chiedere soltanto:

Perché la mia vita non è come quella degli altri?

possiamo provare a chiederci:

Che cosa posso fare a partire dalla vita che ho?
Quali possibilità mi rimangono?
Quali capacità posso ancora sviluppare?
Di quale aiuto ho bisogno?
Che cosa posso cambiare e che cosa devo imparare ad accettare?

Accettare di essere nati in una famiglia con meno risorse non significa affermare che ogni disuguaglianza sia giusta. Non significa neppure rinunciare a migliorare la propria condizione.

Significa partire dalla realtà, invece di vivere soltanto nel confronto con una vita che non abbiamo avuto.

Lo stesso vale per la malattia, la disabilità e le difficoltà psicologiche. Accettare una condizione non significa considerarla buona, desiderabile o priva di dolore. Significa riconoscere che, almeno in questo momento, essa fa parte della nostra storia.

Solo a partire da questa realtà possiamo comprendere meglio ciò che possediamo: le capacità che possiamo sviluppare, le relazioni che possono sostenerci, i limiti che dobbiamo rispettare e le possibilità che non avevamo ancora visto.

Ognuno di noi assomiglia agli altri, ma nessuno è completamente uguale a un’altra persona. Per questo il confronto può aiutarci a comprendere alcune cose, ma può anche trasformarsi in una prigione.

La sofferenza non è buona in sé

Non credo che la sofferenza sia automaticamente positiva o necessaria per crescere.

A volte la sofferenza ferisce e basta. Ha bisogno di cure, di tempo, di ascolto e dell’aiuto degli altri. Non dobbiamo trasformarla in qualcosa di romantico, né dire a chi soffre che dovrebbe semplicemente essere più forte.

Tuttavia, quando viene affrontata con sincerità e non completamente da soli, la sofferenza può mostrarci qualcosa.

Può farci comprendere che non possiamo fare tutto. Può costringerci a fermarci e a osservare più attentamente chi siamo. Può rivelarci le nostre capacità, le nostre debolezze, i nostri bisogni e i confini che spesso preferiremmo ignorare.

Accettare i propri limiti non significa arrendersi.

Significa comprendere dove ci troviamo, che cosa possiamo cambiare, che cosa dobbiamo curare, che cosa dobbiamo perdere e da quale punto possiamo ricominciare.

Forse crescere non significa diventare invulnerabili.

Forse significa imparare a vivere con maggiore verità dentro la nostra fragilità.